Da un articolo de ‘Il Sole 24 Ore’ di Angelo Varni
Simbolo da sempre, dal momento stesso del suo assassinio nel giugno del ’24, di un antifascismo vissuto fino al martirio personale, dove un imperativo etico si combinava ad una militanza politica proiettata ad un futuro di emancipazione collettiva, Giacomo Matteotti ha rischiato spesso di essere rappresentato quale indomita icona di un eroismo astratto dalle concrete pulsioni dei suoi tempi e delle sue stesse scelte personali, magari in virtù di commemorazioni dettate da esigenze ideologiche o di spettacolarizzazione, proprie dei soggetti narranti.
Appare, quindi, quanto mai opportuna questa rivisitazione della sua figura politica e umana effettuata da Maurizio Degl’Innocenti, ripercorrendo, con approfondita e critica disanima dei tanti documenti a disposizione, le tappe successive della sua formazione culturale, del suo intenso impegno politico sul territorio, del suo ruolo di leader nazionale durante il liquefarsi dello Stato di diritto di fronte all’imporsi della violenza fascista.
Soprattutto, ritrovando le ragioni di una convinta adesione, da protagonista, ad un socialismo dove riformismo significasse battaglia quotidiana di partecipata crescita collettiva verso una rivoluzione evolutiva, in grado di modernizzare la società per garantire giustizia sostanziale, libertà individuale e collettiva, solidarietà diffusa, sviluppo economico. Ad un tempo coinvolgente e inclusiva azione dal basso, come pure strumento di formazione, di pedagogia del fare.
Come ebbe a dire lo stesso Matteotti, deputato alla Camera il 2 dicembre 1921, in uno dei suoi numerosi discorsi di denuncia dello squadrismo fascista imperversante nel ‘suo’ Polesine, stigmatizzando l’infeconda intransigenza pseudo rivoluzionaria del massimalismo dei dirigenti del Psi, si trattava di realizzare ‘un lavoro enorme, molteplice, vario: propaganda e organizzazione, revisione teorica e azione pratica, studio ed esperimento […] facoltà di comprendere l’ideale e il reale, l’immediato e il lontano […] di conoscere l’anima popolare, di non titillarla demagogicamente’.
Ed a questo lavoro capillare si dedicò già venticinquenne, nel 1910, quando fu eletto al Consiglio provinciale, dopo aver conseguito la laurea in Giurisprudenza ed aver accarezzato per un breve momento l’idea di abbracciare la carriera accademica. Un’attitudine al rigore dello studioso che mai, comunque, lo abbandonò e che gli consentì di svolgere il compito di elaborare, auspice Filippo Turati di cui divenne ben presto stretto collaboratore, un vero e proprio programma di politica fiscale alternativa a quella dei governi susseguitisi dopo la guerra, non priva di spunti ancora per certi aspetti attuali, come la lotta senza quartiere ai ‘contrabbandieri del bene’ (gli evasori); l’inutilità di una crescita dei carichi fiscali foriera di un calo dei consumi e degli investimenti produttivi; la correlazione tra l’imposizione di tasse e la finalità rivolta a creare nuova ricchezza pubblica (l’attuale ‘debito buono’); la ferma distinzione tra profitto, che significava produttività, concorrenza, mercato e rendita, che era speculazione, sfruttamento, ingiustizia; una programmazione urbana rivolta a promuovere edilizia popolare e antiveggente tutela del verde.
La sua frenetica attività, sempre sospesa tra le esigenze della ‘infinita campagna’ polesana, che definiva lo sguardo del suo orizzonte nativo, e gli obiettivi da esponente di primo piano della rappresentanza nazionale, cercò di essere al meglio espressione della necessità di un rapporto fecondi di risultati pratici e di crescita civile tra centro e periferie, propria di tutta la migliore classe dirigente impegnata nella sfida post risorgimentale per costruire un’Italia modernamente attrezzata in tutti gli ambiti della vita collettiva.
L’autore ripercorre le convulse vicende della successione degli esecutivi del dopoguerra, indicative di un mondo liberale in disfacimento, a fronte della strenua difesa delle istituzioni e in particolare del Parlamento, perseguitata da chi – e Matteotti era certo fra questi – ben sapeva come solo il rafforzarsi della rappresentanza democratica potesse consentire la progressiva emancipazione materiale e sociale del mondo del lavoro: la meta da sempre del riformismo socialista.
Le solenni e accorate denunce dell’illegalità dilagante e i tentativi di inedite combinazioni partitiche volte a stabilizzare l’esecutivo non valsero a spezzare la morsa di una realtà bloccata tra attese inerte di quanti, a sinistra, attendevano l’inevitabile scintilla rivoluzionaria, l’occupazione manu militari dei territori padani e la connivente incapacità delle autorità di governo a ristabilite l’ordine.
Giunse, così, tragicamente inevitabile il martirio di Matteotti che, da segretario del neonato Psu, si era coraggiosamente esposto alla Camera nel contestare le violenze fasciste compiute durante le elezioni dell’aprile. Da questo suo esempio altissimo sarebbe ricominciata – come disse Turati commemorandolo – ‘la nuova storia’. Quella cui lui stesso faceva riferimento in uno dei suoi ultimi scritti programmatici, dove reclamava al ‘suo’ socialismo il dovere di elevare il lavoratore verso la libertà sociale e spirituale, sì da ‘realizzare in lui l’uomo che vive, fratello e non lupo, con gli Uomini, in una umanità migliore, per solidarietà e per giustizia’.